Dettaglio della Tabula Peutingeriana, una carta stradale tardo-antica (Vienna, Österreichische Nationalbibliothek)Pastore che effettua la transumanza in Abruzzo,  inizio sec. XX. Fonte: Museo delle Genti di Abruzzo, Pescara.Pastore che effettua la transumanza in Puglia nel mese di settembre 2011, sul tratturo Foggia-Campolato.  Locazione d’Andria, 1686  Antonio Michele, regio compassatore, Fonte: Archivio della Dogana, Foggia.Disegno del Braccio Canosa-Montecarafa, 1652. Capecelatri (Atlanti di Hector Capicius Latro) Fonte: Archivio della Dogana, Foggia.Locazione di Canosa, 1686  Antonio Michele, regio compassatore, Fonte: Archivio della Dogana, Foggia.Manifesto della Fiera di Foggia, 25-30 Maggio 1939.

LARGO AL TRATTURO

INTRODUZIONE



Prima di fare le prime considerazioni sui tratturi è necessario introdurre l’ambito nel quale si inserisce questa pubblicazione, così come il contesto entro cui si cerca di descrivere il tratturo, analizzandolo e formulando proposte di continuità.

 

Gli autori di questa pubblicazione sono coscienti di avere una visione parziale e soggettiva di ciò che rappresenta per loro il tratturo, dato dalla forte relazione con il territorio. Ma è la stessa formazione ed esperienza professionale nel campo dell’architettura e del design urbano che offre loro una capacità di analisi tecnica e teorica con le realtà del territorio.

 

A livello tecnico si capisce facilmente che l’intervento paesaggio è, data la sua complessità, necessariamente interdisciplinare. Nel paesaggio viene coinvolta non solo la vegetazione, ma anche altri elementi naturali (fauna, geologia e idrografia) assieme ai soggetti che intervengono sui suoli come le persone che fruiscono e fanno uso del paesaggio (lavorando la terra per trarne un beneficio attraverso l’agricoltura o sfruttando gli stessi terreni con mezzi industriali o abitandolo stabilmente o saltuariamente), le infrastrutture, la storia (archeologia e conservazione del patrimonio), le aree urbane (principalmente sotto forma di crescita).

 

Data la complessità dei fattori che hanno rimodellato il paesaggio, si presume che ogni intervento progettuale in esso richieda una conoscenza molto accurata, che non puó risolversi in una sola disciplina ma che richiede il contributo delle altre, in quanto tutto ciò verrebbe a tradursi in una visione a metá e quindi anche se corretta, solo parzialmente e senza una adeguata valutatazione dei diversi punti di vista o di rischio. L’elevata probabilità di aver lasciato da parte qualche fattore importante rischierebbe di far fallire il progetto stesso in partenza. E’ necessario quindi intervenire con figure tecniche altamente specializzate come architetti, paesaggisti, ingegneri, agronomi, biologi, geologi, geografi, sociologi ed archeologi.

 

E‘ inoltre indispensabile avere una visione molto ampia prima di iniziare degli interventi sul tratturo affinchè essi abbiano una buona durabilitá nel tempo. Questa ampiezza di vedute occorre sia generale, non solo di una parte;  i piccoli e medi imprenditori potrebbero iniziare a valorizzare questo nostro paesaggio visto che se non rappresentano direttamente le istituzioni sul territorio sono comunque in grado di programmare e gestire piccoli interventi privati in modo coordinato con gli enti preposti alla tutela del paesaggio della cultura e del turismo e non dipendere solo dalle azioni o dalle risorse economiche della regione.

 

Un intervento scenico che pone la piazza nel paesaggio urbano come punto d’arrivo e luogo di ritrovo è differente nel paesaggio suburbano o rurale  dove il punto d’arrivo è  dinamico. Durante il viaggio, il percorso che si percorre ha degli spazi “statici” che sono i punti di osservazione e di riposo. Questi assieme ad altri fattori, quali i requisiti di rispetto delle suddette aree transitabili valorizzerebbero il  paesaggio rurale e naturale. La percorribilitá è quindi un elemento essenziale per garantire la possibilità di accesso ad uso e consumo del cittadino, laddove l’intervento pianificato a volte è invisibile, inghiottito dalla vegetazione, trasformato in rudere prima di essere stato usato coerentemente, con conseguente danno non solo economico per tutta la comunitá.

 

Il tratturo non è stata cancellato del tutto (fortunatamente) anche grazie al lavoro certosino di studiosi ed appassionati che vorremmo ringraziare in anticipo per il loro grande contributo a difesa dei tratturi pugliesi (1).

 

E’ interessante notare come la transumanza fosse una pratica molto diffusa giá in epoca preromana, anticamente le popolazioni che abitavano la penisola potevano essere sedentarie (agricole) o nomadi (pastorali), come nella Bibbia Caino ed Abele. 

 

La transumanza è di fatto lo spostamento stagionale delle greggi dai pascoli estivi della montagna a quelli invernali in pianura, ha costituito, nella realtà storica, un fenomeno molto complesso che ha coinvolto diversi aspetti della vita e della cultura.

 

Giá nel IV sec. A. C. era un fenomeno gestito e controllato prima dai sanniti, poi dai dauni  e quindi dai romani che abitavano la regione. Virgilio e Plinio il Giovane descrissero i pastori che conducevano greggi di pecore in pascoli distanti fra loro, i guardiani di greggi che si spostavano dalla Daunia e dalla Bruazia e con l’alternarsi delle stagioni e si trasferivano alle alture del Sannio e della Lucania.  

 

L’allevamento ovino iniziò così a segnare il paesaggio condizionando la nascita delle città e centri commerciali che si svilupparono lungo il tracciato delle vie come la Appia Traiana percorse anche dalle greggi. Sono Ausculum (Ascoli Satriano), Cannae (Canne), Canusium (Canosa di Puglia), Herdonia, o Ærdonia (Ordona) e Rudiae (Ruvo di Puglia) tra le altre.

 

Queste vie rappresentarono un sistema infrastrutturale di collegamento molto eficiente che misero in relazione fisico-economica giá in etá del bronzo le diverse realtà territoriali locali (dauni, greci, sanniti, romani, messepi). La transumanza si sviluppó in Italia come in gran parte dei paesi delle regioni del mediterraneo, dalla penisola Iberica ai Carpazi, dalle Alpi e al Nordafrica unendo questi territori con le prime strade dell’Europa, oltre alle vie del mare.

 

Il nome tratturo nella storia compare già negli ultimi secoli dell’impero romano come deformazione fonetica del termine latino tractoria, vocabolo che nei Codici di Teodosio e di Giustiniano designava il privilegio dell’uso gratuito del suolo di
proprietà dello stato e che venne esteso in seguito anche per i pastori della transumanza.

 

In etá medievale Federico II favorí questo sistema che trovò la sua massima affermazione nel XV sec. con gli Aragonesi che mutuarono il modello organizzativo della Mesta spagnola adeguandolo, con opportuni correttivi, alle peculiarità dell’Italia meridionale; così del 1447 iniziò fiscalmente a funzionare la Dogana della Mena delle pecore, un’istituzione questa, con sede a Lucera prima e Foggia poi che provvedeva ad affidare i pascoli e ad esigere i tributi ai pastori (2).

Il contributo della Dogana di Foggia all’Erario Statale era di almeno il 10% delle entrate nette dello stato.

Il fenomeno era talmente consolidato che mentre nella metà del XV secolo in Italia circolavano 1 milione e mezzo di capi ovini su 400 ettari, circa 400 località venivano attraversate dalla transumanza, dando lavoro a 40.000 persone ancora alla fine del XVIII secolo, mentre in Spagna oltre  3 milioni “ovejas merina” invadevano un territorio pari all’1% della superficie totale della penisola iberica, con 450.000 ettari di terreno e 400.000 kilometri lineari su percorsi tratturali, le cosiddette cañadas

 

Non si può parlare quindi di un declino delle civiltà, almeno nel Mar Mediterraneo, descrive Braudel nella sua Mediterranèe, per quasi un secolo successivo alla scoperta delle Americhe di Cristoforo Colombo, ma piuttosto un nuovo asse di culturale nel mare Adriatico dove le relazioni di potere cristiane, ortodosse e musulmane erano fruttuose (3). 

 

In effetti tra Spagna, Italia e Balcani la vendita dei capi di lana veniva poi esportata in tutta Europa, dalle piazze delle cittá anseatiche alla Francia, all’Inghilterra; la transumanza fu in questo un fenomeno che portó delle conseguenze indelebili su tutto il territorio pugliese che attraversava, lasciando dietro di sé pascoli vuoti o pieni di animali, piazze con fiere e mercati in ogni epoca dell’anno che arricchivano le cittá lungo cui scorreva questo flusso dal nordovest di mandrie e di greggi.

 

In Italia l’esportazione di lana in realtá era un mercato gestito quasi interamente dal settore manifatturiero laniero castigliano voluto dai Re Cattolici per mantenere l’esclusivitá della lana merinos in seguito all’emorragia di capitali causata dall’espulsione degli ebrei nel 1492 .

 

Le regole ed i privilegi della Mesta spagnola di Madrid e delle istituzioni legate al commercio ovino e della lana erano quindi simili a quella della dogana di Foggia, dove la transumanza era il sinonimo di ricchezza, essendone la cittá stessa l’epicentro.

 

Nobili e ricche famiglie pugliesi ed abruzzesi risultano avere avuto importanti capitali investiti in questo settore giá all’epoca. Il sistema economico-sociale della transumanza si conservò in Italia fino al 1806 quando Giuseppe Bonaparte ne sancì il termine; successivamente i Borboni tentarono di riaffermare questo modello di sviluppo, ma ormai il processo di declino era andato avanti in modo irreversibile in linea con i mutamenti del sistema politico-economico. Nel corso del XIX sec. la pastorizia trasmigrante cedeva definitivamente il passo all’agricoltura e anche se forme private di transumanza continuavano a sopravvivere, divenivano sempre più modeste, quasi isole di un arcipelago sommerso. 

 

In ogni epoca dell’anno la transumanza continuó comunque a riapparire attraverso cerimonie religiose: San Giovanni (23 giugno) in estate quando avveniva la transumanza statonica nei mesi piú caldi per le regioni del nord, dove vengono anche pagate le retribuzioni dell’anno precedente; SS. Pietro e Paolo (28 giugno) quando avvenivano gli accoppiamenti tra i montoni e le pecore, e si dava ai pastori del sale, su cui i partecipanti della mesta non pagavano nessuna tassa; in quest’epoca i pastrori si dedicavano finalmente alla famiglia ed a procreare.

 

La transumanza vernotica aveva cosí inizio a San Michele (29 settembre)e terminava sempre per San Michele, o San Nicola, a Bari (8 maggio), e consisteva in percorsi che spesso riprendevano antiche vie di percorrenza romane, come la via Appia Traiana.

“Dopo Canosa esiste ancora un tratturo in prosieguo ad est della città che porta il nome di Appia, e passando a sud di Andria e Corato si raggiunge Ruvo di Puglia. Esso non segue però esattamente il percorso della via antica, che andava con tracciati a netti rettifili un poco più a nord, passando circa per Torre di Bocca, Taverna, Coppa tre miglia, Monte Faraone,  dove coincide col tratturo (e sul quale sono i resti di un castelletto medievale) ma passa subito a nord di Corato, dove oggi è il cimitero” (4).

 

Il modulo utilizzato per suddividere il territorio da locare ai pastori era quello delle cosiddette Locazioni (da locare sinonimo di affittare, da cui la parola stessa). Erano 23 in principio a cui in  seguito vennero aggiunte altre 20 nella penisola Salentina, in Terra d’Oranto, el Brindisino e nel Tarantino per un totale di 43, differenziate in generali e particolari, in grado di accogliere le mandrie di grandi e piccoli Locati (proprietari) che per svernare erano obbligati a pagare alla Dogana la fida pascolo (prezzo variabile degli erbaggi) per il periodo dal 29 settembre all’8 maggio.

 

A loro volta queste ampie recinzioni furono suddivise in 400 moduli detti Poste, le quali delimitavano la porzione e la  qualità degli erbaggi, con i fabbricati da riservare ad ogni singolo gregge.   I pascoli acquistati e associati a quelli demaniali presero il nome di erbaggi soliti, mentre queli straordinari , insoliti (acquistati di volta in volta per eventuali carenze annuali) furono denominati
Ristori.  Gli erbaggi aperti, dove sostavano le mandrie prima di entrare nei settori loro assegnati, si chiamavano Riposi generali; con il
termine di Riposi laterali erano chiamate le diverse aree di sosta previste lungo il percorso. I campi destinati all’agricoltura
e all’uso promiscuo si chiamavano terre di portata, di cui un quinto, la Mezzana, era riservata al pascolo dei buoi aratori.
Definiti i reparti di questa grande industria armentizia all’aperto si  tracciarono le infrastrutture di collegamento fra le diverse aree geografiche e i pascoli doganali.

 

Per questi motivi si reintegrarono progressivamente le vie dei tratturi con le varie diramazioni chiamate tratturelli e bracci, tanto da formare un reticolo di piste erbose sicure e comode, di  una larghezza variabile da 111 a 18 m e di lunghezza rapportata alla specifica funzione territoriale: 14 tratturi di 1.360 Km; 71 tratturelli di 1.500 Km; 13 bracci di 161 Km (5).

 

Per la loro conoscenza e conservazione vennero redatti appositi Atlanti descrittivi delle singole proprietà oppure indicative delle Locazioni e dei luoghi attraversati, corredati da apposite mappe geometriche e particellari, ben documentate, che riproducevano ambienti naturali con ponti, fiumi, paesi, fonti, mulini, ricoveri, castelli, osterie, chiese e quant’altro il territorio ospitasse o potesse essere d’interesse ai pastori ed ai compassatori, come l’atlante di Antonio Michele.

 

suddivisa per incarichi: gli armentieri con relative mogli in testa, poi i proprietari del gregge e delle masserizie, a volte anche dei pascoli; seguivano i massari, capi carovana, i butteri, conduttori e custodi di animali da soma; quindi i cavallari, guardiani ed aiutanti di campo; i pastori addetti alla custodia delle greggi; per ultimi i garzoni, apprendisti pastori e pasturicchi; a volte vi erano anche i casciari, addetti alla produzione del formaggio ed i capimassa coordinatori di più greggi e pascoli in comune.

 

Nelle carte si possono ricavare molte indicazioni sulle poste che essi frequentavano, tutt’ora esistenti, la maggior parte di questi antichi ricoveri, uniche aree attrezzate nella provincia di B.A.T., erano anticamente ben evidenti nelle mappe della locazione di Andria, di Canosa, di Trinitapoli e di Salpi, consentendo soste piú o meno durature.

 

Questi documenti storici descrivono  come giá nel 1686  l’entità di queste locazioni fosse importante per la loro estensione, le città esistenti, le montagne, ed i riferimenti alle poste. Antonio Michele, regio compassatore,  misuró e documentó tutto, si calcola che solo nei territori a pascolo compresi nella locazione d’Andria potevano pascolare circa 40.000 pecore.

 

Al tempo di Antonio Michele lo sviluppo lineare totale dei tratturi era di oltre tremila chilometri con larghezze standard da 60 a 111 metri Nella locazione di Andria ad esempio, si descrive la disposizione di 22 poste originarie, delle quali poche sono completamente sparite;  la maggior parte di esse si sono trasformate in masserie agricole o comunque non svolgono piú la loro funzione di posta per il pascolo.

 

Attraverso lo studio dei toponimi di queste mappe abbiamo la testimonianza dell’esistenza  delle strutture come le poste che fungevano da avamposti delle locazioni per il viaggiatore. Qui i pastori potevano trovare riparo e curare il bestiame. Si sono così individuate alcune delle poste ancora esistenti; di queste nella locazione di Andria, posta del Titolo, posta Milella (Meielle), posta di Mezzo e posta di Grotte, tra le altre, e con l’aiuto dei toponimi è stato possibile risalire all’attuale posizione geografica, dalle locuzioni alle locazioni, come ad esempio Torreriboca = Torre di Bocca.

 

La rete capillare dei percorsi tratturali principali e secondari si sviluppava quindi secondo direzioni diverse, a volte anche trasversali rispetto all’attuale sistema stradale. Tutti i tratturi analizzati fanno parte dell’organizzazione insediativa del territorio pugliese e sono attualmente tutelati dalla legge 1089/1939 dal D.M. del 22/12/83 in quanto “ di notevole interesse per l’archeologia, per la storia politica, militare, economica, sociale e culturale”.

 

Percorsi alternativi alle strade carrabili, permettono oggi di osservare i cambiamenti nel territorio rurale, notevolissimo dal punto di vista sia paesaggistico che storico-territoriale; l’assetto dei terreni, l’andamento delle siepi e dei muri in pietra e quello dei lotti stessi testimonia in gran parte aspetti originari, nonstante il lungo e graduale processo di privatizzazione abbia comportato la messa a coltura di grandi zone di pascolo e la conseguente quasi sparizione delle attività di pastorizia(6).

 

Il tratturo Barletta – Grumo è tra i tratturi riportati nella carta dei tratturi, tratturelli, bracci e riposi del Commissariato per la Reintegra dei tratturi di Foggia, anche se figura tra quelli non reintegrati. Lungo 124 km attraversava gli agri di Barletta, Andria, Trani, Corato, Ruvo, Monte Suagno (attuale Quasano), Bitonto, Toritto  e si concludeva a Grumo Appula. E’ tra i piú importanti ed i meglio conservati della provincia, presenta la particolaritá di attraversare la cittá di Andria e di costeggiare l’agro di Corato. E’ segnalato in alcuni punti con il nome di Tratturo Regio o Tratturo Barletta- Grumo. Si apprezzano i cambi di paesaggio e le tante masserie lungo il suo percorso (Antenisi, Perazzo, Cappabianca, Masseriola tra le altre).

 

Il tratturello Canosa - Ruvo parte da Canosa di Puglia percorrendo la SS 231 sino ad entrare all’altezza di Pozzo Sorgente presso Montegrosso e lambire il Parco dell’Alta Murgia lungo tutto il percorso lungo l’attuale SS 174, sino a giungere a Ruvo. Lungo il suo itinerario sono tuttora ubicati importanti insediamenti rurali come quelli delle masserie Troianelli, Tafuri, posta Milella, posta Bosco di Spirito, Posta di Grotte, Posta San Leonardo, Posta di Titolo e Chiesa Rivera. Lungo tutto il tratturo sono ancora visibili caselle, piante autoctone della vegetazione murgiana come la roverella, il perazzo e il mandorlo e muretti a secco. Questi si concludeva a Ruvo di Puglia, con ogni probabilitá poco distante da dove si trovava un Riposo per il pascolo, sempre in agro di Ruvo.

 

Il tratturello Via Traiana prende il suo nome proprio per il fatto di coincidere con l’antica strada romana. Originariamente doveva essere largo 10 passi napoletani (18.50 metri), ma oggi il suo tracciato è stato quasi completamente cancellato dalle espansioni moderne, in quanto l’antico asse attraversa le zone industriali della cittá. Il tratturello proseguiva passando tra le cittá di Corato, Ruvo e arrivava a Brindisi, dove una colonna ne testimoniava la fine.

 

L’importanza del tracciato risiede però ancora oggi nell’esistenza delle emergenze archeologiche ed architettoniche che si allineano lungo di esso. Oltre a numerosi siti di necropoli, il Mausoleo Barbarossa (mausoleo funerario risalente ad un periodo compreso tra gli ultimi anni del I secolo a.C. e i primi del I secolo d.C.), la torre Casieri (mausoleo funerario anch’essa) e l’Arco onorario di Terenzio Varrone, frequente in numerose carte delle reintegre e raffigurato come attraversato dal tracciato della Via Traiana (metà del II secolo d.C.).

 

Non sono molte le poste e le masserie ancora visitabili  lungo quest’antico tratturello; alcune si trovano in contrada Rivera, Torre di Bocca e Santa Brigida tra Andria e Canosa. Segnalato da alcuni pini, il Mausoleo Bagnoli, a Canosa, monumento funerario di epoca romana collega il ponte romano sull’Ofanto alla zona interessata dal un progetto di riqualificazione dell’Arch. Cucciolla lá dove avviene l’intersezione tra il Braccio e il tratturello Via Traiana.

 

Successivamente la leggibilità del tratturo è fortemente compromessa dalla presenza di numerose costruzioni, alcune dei quali di origine abusiva. Proseguendo si incontra il complesso abbandonato dell’ex Mattatoio e nelle sue vicinanze l’Anfiteatro romano, oggetto di scavo nel 1958. Poi il tratturo si caratterizza per l’urbanizzazione totale nel corso del tempo: in particolare sui suoli tratturali hanno trovato collocazione il campo sportivo comunale, una scuola, giardini, impianti sportivi ed edifici residenziali, pubblici e privati. Il tessuto urbanistico permette tuttavia ancora di leggere il tratturo, nonostante le nuove costruzioni.

 

Il braccio Canosa – Monte Carafa era originariamente largo 60 passi napoletani (111.60 metri). Ha inizio in territorio di Canosa dal ponte sull’Ofanto. Il tratturo prosegue poi accanto a due opere pubbliche che ne hanno in parte occupato l’originaria area di sedime, ovvero il Canale scolmatore delle Murge e la SS231. La residua parte del suolo tratturale è ancora leggibile per la mancanza di coltivazioni, mentre immediatamente all’esterno si trovano, senza soluzione di continuità, vigneti e altre colture.      

 

Il tratturello Monte Carafa - Minervino prosegue dal braccio Canosa - Monte Carafa, rettilineo e pianeggiante verso Minervino Murge, con la prospettiva della collina del Castel del Monte sullo sfondo, fino a raggiungere la cittá ed una ampia zona di pascolo della Murgia che si trova nelle vicinanze.  La sua superficie è considerevole, considerando che normalmente i riposi avevano una superficie tra i 3 ed i 56 ettari, si avvicina a questa ultima dimensione. Per tutta la sua interezza si immerge nel Parco dell’Alta Murgia, dove sono ben visibili pioppi bianchi, olmi, stipe, asfodeli, ferule, conifere e dove crescono erbe spontanee oltre al fungo cardoncello, cardi, asparagi, cicorie di campo e lamponi. Il tratturello Monte Carafa - Minervino si presenta come un sentiero su cui si trovano ancora ruderi di molti jazzi .

 

Il tratturo Melfi - Castellaneta, usato soprattutto per le greggi transumanti fino ai primi decenni del nostro secolo, ha inizio nel versante ofantino del territorio del Comune di Melfi, in direzione dell’Irpinia. Attraversa tutto il territorio di Melfi a nord-ovest del centro abitato e poi scende verso sudest. In questa area  tra i secoli XV e XX, partiva il percorso tratturale che percorreva l’antica via Appia sino a Taranto.

 

Tra i centri che più hanno visto il loro sviluppo determinato da questa via, vi è la cittá di Spinazzola: sotto l’egemonia di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Spagnoli in un primo tempo passó poi sotto il dominio dei vari feudatari e quindi oggetto di provvedimenti legislativi e fiscali progressivamente più significativi.

 

Furono i vicerè spagnoli ad impedire la messa a coltura dei terreni, con grave danno per lo sviluppo dell’economia locale, a favore dei grossi proprietari di pecore transumati dall’Abruzzo, regolamentando rigidamente l’antica “Dogana della mena delle pecore” e reintegrarono il regio tratturo. Un epitaffio del 1631 firmato da Filippo III di Spagna  ricorda appunto l’evento.

 

Il Regio tratturo Melfi-Castellaneta attraversava i territori di Lavello, Venosa, Montemilone, Palazzo S. Gervasio e Spinazzola dirigendosi verso Castellaneta, in provincia di Taranto. Qui si trovano, in parte ancora perfettamente intatti, jazzi, epitaffi e masserie come la Murgetta.

 

Il tratturo attraversa la fossa bradanica e tutto il territorio conserva quindi una miriade di segni lapidei e di testimonianze di questa intensa attività pastorizia. In particolare, l’area pre-murgiana e murgiana racchiude una straordinaria quantità di testimonianze architettoniche e un paesaggio agrario che per centinaia di ettari presenta una configurazione tale da consentire di riconoscere l’assetto originario del complesso sistema legato allo stazionamento e al pascolo delle greggi.

 

La riconversione dei tratturi potrebbe avvenire oggi attraverso la valorizzazione dei presidi come le antiche poste che, sparse nel territorio, potrebbero far riscoprire i tratturi attraverso degli itinerari di grande suggestione rispetto agli abituali percorsi della costa pugliese su cui incombe il turismo di massa, offrendo proposte diversificate e non banali, secondo itinerai turistici legati all’identità dei luoghi ed alla cultura locale.

 

I pastori abruzzesi sostavano qui con le loro greggi, in queste regioni solo per pochi mesi, da settembre a inizio novembre, nei riposi, le aree attrezzate in cui il doganiere ed i suoi sottoposti si occupavano della gestione dei transiti di bestiame da un punto di vista legale e amministrativo, occupandosi della conta delle pecore per stabilire la locazione più idonea (per grandezza) ed il dazio (fido) da pagare, proporzionale al quantitativo di pecore che componevano il gregge.

 

I contadini molto spesso parcellizzarono abusivamente questi suoli pubblici erigendo muretti a secco, spietrando  e piantandovi alberi e vigne lì dove i terreni erano destinati solo al pascolo. Per porre rimedio a questa situazione la dogana emise una serie di provvedimenti tra i quali il reintegro dei demani fiscali, l’abbattimento delle costruzioni abusive e il ritorno di questi terreni all’uso pastorizio. Fanno eccezione solo le concessioni, conseguenti alle carestie della metà del XVI sec., che destinarono all’uso agricolo alcune migliaia di ettari di terreno. Vennero quindi istituite le masserie nuove e di corte distinte dalle masserie vecchie anche perché vi si praticavano cicli produttivi differenti dal quadriennale.

 

Nel 1806 venne soppressa la Dogana per la mena delle pecore in Puglia e nonostante il tentativo dei Borboni pian piano si assistette all’inizio di un processo che vide il rovesciamento dei rapporti tra pastorizia e agricoltura,  alla fine della proprietà dei beni ecclesiastici ed alla parcellizzazione agraria che avrebbe dovuto ridistribuire le terre ai contadini ma che in definitiva beneficiò solo la nascente classe borghese, che edificó masserie padronali e che si approprió della maggior parte dei terreni, frutto del duro lavoro dei contadini sulle loro quote.

 

Le case della riforma agraria sono l’unica tipologia abitativa moderna della neo era democratica che resta oggi, quasi integralmente abbandonata, a testimonianza delle trasformazioni nel paesaggio murgiano. Nell’immediato dopo guerra le masse agricole fecero varare la cosiddetta “Riforma Agraria” (1951) che avrebbe dovuto espropriare le terre ai latifondisti per parcellizzarle e dividerle tra i contadini. L’appezzamento di terra avrebbe dovuto avere un’abitazione (la casa colonica) con tutti i servizi necessari e corredato di tutti gli attrezzi agricoli necessari al lavoro dei campi. Un sistema viario avrebbe collegato tutte queste “casette sparse” a piccoli nuclei abitativi forniti dei servizi pubblici  essenziali (7).

 

 

 (1) Campanile, R., I Pastori Abruzzesi in Andria dai documenti d’archivio dal 1500 e Selano, G.e Paladino, M.; I Regi Tratturi e le poste della Locazione d’Andria: una storia del paesaggio agrario di Andria, 2002, Andria. Petrocelli, E., La civiltà della transumanza, Cosmo Iannone editore, 1999, Isernia. Centro Studi Torre di Nebbia, Guida al Parco nazionale dell’Alta Murgia; Natura e storia del primo Parco rurale d’Italia, Edizioni Alramurgia, Altamura, 2011, Russo, S. , La Mesta, Mediterranea, Edipuglia, 1998, Bari.

(2) Russo, S. , La Mesta, Mediterranea, Edipuglia, 1998, Bari

(3) Braudel, F., Civiltá e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II , vol- I , Edizioni Einaudi, 1953, Torino.

(4) Da documento storico del XIX sec.  su Quilici, L., Via Appia, dalla pianura pontina a Brindisi, Fratelli Palombi editori, 1989, Roma.

(5) Petrocelli, E., La civiltà della transumanza, Cosmo Iannone editore, 1999, Isernia

(6) Selano, G. Paladino, M.: I Regi Tratturi e le poste della Locazione d’Andria: una storia del paesaggio agrario di Andria, Grafiche Guglielmi, 2002, Andria.

(7) De Leo , R. , Le case coloniche della riforma agraria , Matera, Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Antezza, 2008.